Su suggerimento di teddy.

Per parlare di evoluzione umana bisogna definire il termine evoluzione. Questo e’ stato fatto da Dobzhanky il quale ha definito l’evoluzione come il cambiamento delle frequenze alleliche in una popolazione. Gli alleli sono le varianti di un gene, ognuno di noi per ogni gene ha un allele di origine maternal ed uno di origine paterna. Dire che le frequenze alleliche di una popolazione cambiano significa dire che generazione dopo generazione, la selezione naturale (o artificiale o sessuale) ha agito sul pool genetico cambiandolo di contenuti relativi (es. alleli che aumentano o diminuiscono la produzione di pelo, di pelle piu’ o meno chiara, cervelli piu’ grandi, gambe piu’ lunghe, peni piu’ grossi, seni migliori etc.). Per sapere se l’uomo sta evolvendo dovremmo quindi confrontare il DNA di popolazioni di uomini vissuti diciamo nel 600 DC con quello di oggi e se notiamo delle differenze in frequenza, allora possiamo concludere che l’uomo sta evolvendo geneticamente (à la Dobzhanky). Ma ultimamente, sta ritornando in voga una versione dell’evoluzionismo che era stata abbandonata in modo sbrigativo e che ci obbliga, come vedremo tra poco, ad abbandonare un visione un po’ troppo neo-darwinista dell’evoluzione. Mi riferisco a correnti di pensiero, talvolta culminate col premio Nobel, che prevedono meccanismi evolutivi indipendenti dalla precisa sequenza di basi nucleotidiche del DNA. Tali idée e concetti sono ben riassunti nei libri di Eva Jablonka e Marion Lamb (beati i loro cromosomi X) in particolare in quell “Evoluzione in quattro dimensioni” che sta avendo un discreto ma ancora limitato successo. Queste due grandi scienziate teoriche, basandosi sui lavori di altrettanto acuti colleghi e colleghe si cimentano in una dissezione in quattro livelli dei meccanismi evolutivi e giungono alla teorizzazione di altri 3 livelli evolutivi troppo velocemente accantonati sull’altare della fede al DNA (un’altra felice icona del nostro tempo): epigenetica, evoluzione culturale ed evoluzione simbolica. Per quanto riguarda l’epigenetica e’ presto detto che potremmo considerarla l’uso che un determinato organismo fa del suo DNA in base all’ambiente in cui si trova. Come esempio possiamo portare il fatto che tutte le nostre cellule hanno la stessa sequenza di DNA ma alcune diventano neuroni, altre cellule muscolari e cosi’ via. Ci sono esempi, sopratutto in piante, funghi, lieviti e batteri ma anche in mammiferi che alcune modificazioni epigenetiche (paramutazioni) sono ereditabili in modo permanente anche qualora lo stimolo ambientale che le ha prodotte venga a mancare. Le paramutazioni hanno diverse basi materiali: prioni, membrane biologiche, piRNA, miRNA ed altro ancora. Queste evidenze cominciano a farci arricciare il naso di fronte ad una evoluzione biologica definita solo in funzione della sequenza di DNA. Il terzo livello evolutivo riguarda l’evoluzione culturale. Qui mi rifaccio ad un esempio a me caro e relativo al lupo della Tasmania, un animale estinto. Se cloniamo il lupo della Tasmania nell’ovulo di una cagna, nascera’ un lupo della Tasmania, con il DNA mitocondriale del cane, che berra’ latte di cane, verra’ allevato da un cane. Cosa pensate che credera’ di essere quell’animale clonato? Un cane o un lupo della Tasmania? Che ne sara’ dell’evoluzione del Lupo della Tasmania e del rapporto che si era instaurato fra i suoi geni ed il suo comportamento naturale? Vogliamo quindi trascurare l’evoluzione comportamentale quando parliamo di una specie? Non credo e credo anzi che questo sia un errore tanto piu’ grossolano quanto piu’ il comportamento di una specie e’ articolato, adattativo e dovuto a circoli di condizionamento operante. Quarto livello di evoluzione e’ quello simbolico e del linguaggio. Ma questo, essendo tipico dell’uomo, e’ materiale per semiologi ed antropologi e non per biologi e genetisti.
Tutto questo ci obbliga a ridefinire l’evoluzione come “una serie di processi che portano a cambiamenti nella frequenza di caratteristiche ereditabili nella popolazione” e l’eredita’ (biologica) come “il processo di ricostruzione ontologica che lega discendenti e progenitori e causa le loro similarita’.”
Ma il processo proposto di revisione del concetto di evoluzione apre scenari inquietanti per chi si e’ legato a Darwin in modo acritico, mitizzandolo e iconizzandolo, abbracciando il principio di autorita’ caro e comune alle ideologie, ed e’ arrivato a rivisitarne l’opera purgandola persino della giusta dose di Lamarckismo di cui Darwin stesso si era dotato: piu’ realisti del re, i Darwinisti.

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