Questo libro di Serra, che vuole essere un’analisi di un certo tipo di adolescente, figlio dei figli del ’68, ha carenze contenutistiche e stilistiche. Relativamente ai contenuti ci sono due punti che che colpiscono più degli altri: il modo superficiale di raccontare quegli adolescenti che non hanno ricevuto dai genitori, a causa di una scelta ideologica sopraffine, un’educazione adeguata. Un’educazione che abbia insegnato loro che il rispetto degli altri si misura anche con il rispetto dell’ambiente in cui passiamo gran parte del nostro tempo: la casa. Secondariamente, risalta in modo inequivocabile la mancanza di qualsiasi figura femminile (e non mi riferisco alla adolescente-clone-del-figlio) anche come causa (e/o conseguenza) dello sfacelo dei rapporti umani. Relativamente alla parte che avrebbe voluto attrarre su di sè tutta l’ironia anti-consumistica, e cioè il riferimento non troppo velato al sistema Abercrombie & Fitch, mi pare in ritardo e completamente privo di originalità, in altri termini, banale. In quanto allo stile, si vede che Serra era il primo della classe ad un ottimo liceo, ma mai tanta capacità si potè trasformare in inutile tragedia; il libro mi pare inutilmente barocco ed ampolloso, ridondante all’inverosimile, melenso e prolisso. L’uso (abuso, direi) delle metafore è troppo esplicito e, appunto, esagerato. Ma quello che colpisce di più è l’ostentato tentativo di sembrare patetico, con il merito però di riuscirci. Ma, mi chiedo, invece di scrivere perle di sarcasmo sui quotidiani a proposito di nani e ballerine, colonne che vengono dimenticate dopo una settimana, quando la cronaca politica ha già un altro focus, non valeva la pena di passare più tempo col figlio?

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